giovedì 19 febbraio 2026

Fuga di massa, insieme ai giovani ora partono anche gli anziani

 Di Natale Cuccurese

Ormai si può parlare di "esodo strutturale": numeri alla mano, in Italia, tra il 2011 e il 2024 sono emigrati 630mila giovani (18-34enni), il 49% dalle regioni del Nord e il 35% dal Mezzogiorno. Il saldo al netto degli immigrati è pari a -441mila. Complessivamente, i giovani andati all'estero nel 2011-24 corrispondono al 7% dei giovani residenti in Italia nel 2024. La fuga dal Mezzogiorno addirittura non aspetta più la laurea. Comincia prima, già al momento dell’immatricolazione. Nell’anno accademico 2024/2025 quasi 70 mila studenti meridionali – su circa 521 mila complessivi – risultano iscritti in un ateneo del Centro-Nord: oltre il 13% del totale. La quota sale fino al 21% tra chi sceglie corsi Stem.


Sono i numeri del rapporto “Un Paese, due emigrazioni” di Svimez, presentato in collaborazione con Save the Children, che fotografa un’Italia spaccata lungo la linea della formazione e del lavoro qualificato.

La mobilità “anticipata” risponde a una logica precisa: avvicinarsi ai mercati del lavoro più dinamici. Tra i laureati che conseguono il titolo in un ateneo del Centro-Nord, l’88,5% risulta occupato nella stessa macro-area a tre anni dalla laurea. Per chi si laurea nel Mezzogiorno, invece, meno del 70% trova lavoro nei territori di origine.

Ad andarsene, però, non sono più solo i giovani (dal 2002 al 2024 quasi 350mila laureati under 35 hanno lasciato il Sud in direzione del Centro-Nord), ma anche gli anziani. Che conservano la residenza al Sud ma raggiungono figli e nipoti emigrati nelle regioni settentrionali. Negli ultimi ventidue anni, i numeri dei cosiddetti “nonni con la valigia” sono quasi raddoppiati, passando da 96 mila a oltre 184mila unità.

Oltretutto già oggi l’Italia è ufficialmente il Paese più anziano d’Europa. Con un’età media di 48,7 anni, siamo in testa alla classifica UE e il dato fotografa un problema strutturale che va ben oltre il dibattito, spesso superficiale, sulla natalità.

E se l’emigrazione giovanile continuerà a questi livelli la situazione non potrà che peggiorare. Perdite che però non scalfiscono le regioni settentrionali, che compensano ampiamente le proprie partenze proprio grazie ai flussi dal Mezzogiorno. È il Sud, insomma, ad avere la peggio.

Mentre il governo nulla fa, il Mezzogiorno sta finendo: andate (se possibile) in pace.

Fonte: Il Blog di Antonio Bianco




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 Di Natale Cuccurese

Ormai si può parlare di "esodo strutturale": numeri alla mano, in Italia, tra il 2011 e il 2024 sono emigrati 630mila giovani (18-34enni), il 49% dalle regioni del Nord e il 35% dal Mezzogiorno. Il saldo al netto degli immigrati è pari a -441mila. Complessivamente, i giovani andati all'estero nel 2011-24 corrispondono al 7% dei giovani residenti in Italia nel 2024. La fuga dal Mezzogiorno addirittura non aspetta più la laurea. Comincia prima, già al momento dell’immatricolazione. Nell’anno accademico 2024/2025 quasi 70 mila studenti meridionali – su circa 521 mila complessivi – risultano iscritti in un ateneo del Centro-Nord: oltre il 13% del totale. La quota sale fino al 21% tra chi sceglie corsi Stem.


Sono i numeri del rapporto “Un Paese, due emigrazioni” di Svimez, presentato in collaborazione con Save the Children, che fotografa un’Italia spaccata lungo la linea della formazione e del lavoro qualificato.

La mobilità “anticipata” risponde a una logica precisa: avvicinarsi ai mercati del lavoro più dinamici. Tra i laureati che conseguono il titolo in un ateneo del Centro-Nord, l’88,5% risulta occupato nella stessa macro-area a tre anni dalla laurea. Per chi si laurea nel Mezzogiorno, invece, meno del 70% trova lavoro nei territori di origine.

Ad andarsene, però, non sono più solo i giovani (dal 2002 al 2024 quasi 350mila laureati under 35 hanno lasciato il Sud in direzione del Centro-Nord), ma anche gli anziani. Che conservano la residenza al Sud ma raggiungono figli e nipoti emigrati nelle regioni settentrionali. Negli ultimi ventidue anni, i numeri dei cosiddetti “nonni con la valigia” sono quasi raddoppiati, passando da 96 mila a oltre 184mila unità.

Oltretutto già oggi l’Italia è ufficialmente il Paese più anziano d’Europa. Con un’età media di 48,7 anni, siamo in testa alla classifica UE e il dato fotografa un problema strutturale che va ben oltre il dibattito, spesso superficiale, sulla natalità.

E se l’emigrazione giovanile continuerà a questi livelli la situazione non potrà che peggiorare. Perdite che però non scalfiscono le regioni settentrionali, che compensano ampiamente le proprie partenze proprio grazie ai flussi dal Mezzogiorno. È il Sud, insomma, ad avere la peggio.

Mentre il governo nulla fa, il Mezzogiorno sta finendo: andate (se possibile) in pace.

Fonte: Il Blog di Antonio Bianco




sabato 14 febbraio 2026

NOI VOTIAMO NO AL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA DEL 22 e 23 MARZO 2026!

Nessun intervento strutturale sulla giustizia!

I quesiti non incidono sulle cause reali dell’inefficienza della giustizia: carenza di organici, insufficiente digitalizzazione, organizzazione degli uffici, durata dei gradi di giudizio. Intervenire su singole norme non equivale a una riforma.

Indebolimento dell’autonomia della magistratura!

Alcune proposte riducono le garanzie di indipendenza del giudice, esponendo la funzione giurisdizionale a logiche corporative-politiche o a pressioni esterne, in contrasto con l’equilibrio costituzionale dei poteri.

Rischio di una giustizia meno efficace contro reati gravi!

La limitazione degli strumenti cautelari e disciplinari non tutela i diritti dei cittadini, ma può favorire l’impunità nei confronti di reati complessi, economici e contro la pubblica amministrazione.

Una visione punitiva e ideologica della magistratura!

Il referendum nasce da una narrazione politica che individua nella magistratura il problema, anziché nel mancato investimento pubblico nella giustizia come servizio essenziale dello Stato.


Per motivi POLITICI:

“Tutto si tiene” come in un gioco ad incastro se pensiamo che il Referendum sulla Giustizia è uno dei tre cardini che uniscono gli interessi di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega. Ed è il solo dei tre sul quale potremo votare, già a marzo.

Infatti il premierato, che interessa a FdI, dovrebbe seguire la strada di una legge elettorale, per via parlamentare, approvata a colpi di maggioranza, sulla quale non ci sarà possibilità di un referendum prima delle politiche del 2027. Quanto all’autonomia differenziata dopo la bocciatura del Referendum è ormai sufficiente l’assenso del Parlamento.

Ecco perché il voto referendario sulla Giustizia è il perno non solo per bloccare tutto il resto, ma anche per far saltare il patto di del governo più antimeridionale della storia.

Se infatti il NO dovesse prevalere la tenuta governativa sarebbe messa a dura prova facendo prevedibilmente saltare il banco anche su tutto il resto a partire dall’Autonomia differenziata.

Se cade la riforma cara a Forza Italia questa difficilmente farà passare l’autonomia differenziata, così come la Lega difficilmente darà il suo assenso al premierato.

Pertanto il prossimo Referendum di marzo sulla separazione delle carriere dei magistrati, a prescindere dagli aspetti tecnici del Referendum stesso, con la relativa vittoria del NO è l’ultima “ridotta” disponibile per i meridionalisti per bloccare l’Autonomia differenziata”.

IO VOTO NO!



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Nessun intervento strutturale sulla giustizia!

I quesiti non incidono sulle cause reali dell’inefficienza della giustizia: carenza di organici, insufficiente digitalizzazione, organizzazione degli uffici, durata dei gradi di giudizio. Intervenire su singole norme non equivale a una riforma.

Indebolimento dell’autonomia della magistratura!

Alcune proposte riducono le garanzie di indipendenza del giudice, esponendo la funzione giurisdizionale a logiche corporative-politiche o a pressioni esterne, in contrasto con l’equilibrio costituzionale dei poteri.

Rischio di una giustizia meno efficace contro reati gravi!

La limitazione degli strumenti cautelari e disciplinari non tutela i diritti dei cittadini, ma può favorire l’impunità nei confronti di reati complessi, economici e contro la pubblica amministrazione.

Una visione punitiva e ideologica della magistratura!

Il referendum nasce da una narrazione politica che individua nella magistratura il problema, anziché nel mancato investimento pubblico nella giustizia come servizio essenziale dello Stato.


Per motivi POLITICI:

“Tutto si tiene” come in un gioco ad incastro se pensiamo che il Referendum sulla Giustizia è uno dei tre cardini che uniscono gli interessi di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega. Ed è il solo dei tre sul quale potremo votare, già a marzo.

Infatti il premierato, che interessa a FdI, dovrebbe seguire la strada di una legge elettorale, per via parlamentare, approvata a colpi di maggioranza, sulla quale non ci sarà possibilità di un referendum prima delle politiche del 2027. Quanto all’autonomia differenziata dopo la bocciatura del Referendum è ormai sufficiente l’assenso del Parlamento.

Ecco perché il voto referendario sulla Giustizia è il perno non solo per bloccare tutto il resto, ma anche per far saltare il patto di del governo più antimeridionale della storia.

Se infatti il NO dovesse prevalere la tenuta governativa sarebbe messa a dura prova facendo prevedibilmente saltare il banco anche su tutto il resto a partire dall’Autonomia differenziata.

Se cade la riforma cara a Forza Italia questa difficilmente farà passare l’autonomia differenziata, così come la Lega difficilmente darà il suo assenso al premierato.

Pertanto il prossimo Referendum di marzo sulla separazione delle carriere dei magistrati, a prescindere dagli aspetti tecnici del Referendum stesso, con la relativa vittoria del NO è l’ultima “ridotta” disponibile per i meridionalisti per bloccare l’Autonomia differenziata”.

IO VOTO NO!



martedì 10 febbraio 2026

STOP AUTONOMIA DIFFERENZIATA: ULTIMA CHIAMATA!

Di Natale Cuccurese

Eravamo stati facili profeti un anno fa sui dubbi in merito alla decisione (che oggi appare sempre più inconsulta) della Consulta sulla bocciatura del Referendum sull’Autonomia differenziata perché rappresentava un grave nocumento per la tenuta democratica ed unitaria del Paese.

Spiegando le ragioni della bocciatura del Referendum, veniva fatto riferimento che «la decisione della Corte sulla non ammissibilità del referendum si riferiva alla non chiarezza del quesito, perché l’oggetto del quesito (la legge Calderoli) è oramai ridimensionato» per via della sentenza dello scorso anno che ne ha sancita la parziale, benché amplissima, incostituzionalità, sicché «ciò che residuava era difficilmente comprensibile dall’elettore».
Peccato che la decisione circa la idoneità della legge Calderoli a rimanere sottoposta a referendum dopo il suo parziale annullamento da parte della Corte costituzionale spettava, però, alla sola Corte di Cassazione, la cui valutazione a favore della idoneità non è suscettibile di revisione da parte della Corte costituzionale.
Altrettanto sorprendente è stato leggere che, con il referendum, «i cittadini sarebbero stati chiamati a votare sull’articolo 116 comma terzo della Costituzione, e cioè sul principio dell’autonomia differenziata, ma questo è contro la Costituzione». La Costituzione però attribuisce alle Regioni la possibilità di chiedere l’autonomia differenziata, ma la decisione se accogliere la richiesta o meno è rimessa allo Stato.
L’autonomia differenziata infatti non è un diritto, ma è una facoltà che lo Stato può decidere di attivare o di non attivare. Dunque, decidere di eliminare la “legge Calderoli”, in quanto volta ad agevolare l’esercizio di quella facoltà, non significa affatto pronunciarsi sulla Costituzione, bensì assumere una decisione di principio sull’attivazione o meno della facoltà in questione (il che, peraltro, non impedisce la possibilità di utilizzare direttamente l’articolo 116, comma 3 della Costituzione, come mostra l’esperienza dei Governi Gentiloni e Conte I).
Così un anno fa venendo a mancare la mobilitazione del Mezzogiorno (che infatti ha reagito se non con una astensione per protesta sicuramente con una partecipazione e mobilitazione meno sentita) è stato definitivamente impossibile raggiungere il già difficile quorum per i 5 Referendum su scurezza sul lavoro, contratti, ma anche cittadinanza.
Diciamo che così il governo si ritrovò con minor preoccupazioni di tenuta. Tenuta che sarebbe stata quasi impossibile da mantenere in caso di sconfitta referendaria.
Inoltre così stando le cose ai leghisti è stato successivamente possibile andare avanti per strappi, “fregandosene” nel breve della sentenza e procedendo a tutto gas a normare materie in merito a piacimento, o quasi, col criterio del “fatto compiuto” (o del silenzio assenso).
Ora la “Legge Truffa” che non punta a garantire diritti ai cittadini, ma ad aggirare Consulta e Parlamento sulla via del regionalismo differenziato, giace in Commissione al Senato da settembre, sotto forma di Ddl delega al governo per la definizione dei LEP, i Livelli essenziali delle prestazioni riguardo ai diritti civili e sociali che lo Stato dovrebbe garantire a tutti i cittadini secondo l’articolo 117 della Costituzione.
Calderoli s’è infatti portato avanti firmando pre-intese con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria su alcune “materie non LEP” e infilando nella legge di Bilancio approvata a fine anno alcuni articoli che definiscono una serie di “Livelli essenziali delle prestazioni” da circa un mese oggetto di un ciclo di audizioni informali che hanno messo in rilievo il tipo di “truffa” che si vuole consumare.
Il Ddl in questione serve alla “completa attuazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione”, che non è quello che assegna alla Stato il compito di definire e garantire i LEP, ma quello che prevede “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”. Il costituzionalista Francesco Pallante così si è espresso: “imprime fin dall’origine alla definizione dei Lep una torsione destinata a distoglierli dalle finalità costituzionali cui dovrebbero essere preposti”. Mentre per lo Svimez: “i Lep non rappresentano uno strumento funzionale al regionalismo differenziato, ma un presidio ordinario dell’eguaglianza sostanziale dei diritti di cittadinanza”.
Ma la vicenda diventa clamorosa se pensiamo, ad esempio, che Veneto, Lombardia, Liguria e Piemonte hanno richiesto la materia non Lep riguardante la “Protezione Civile”, cioè personale, funzioni, materiali, risorse ma anche autonomia nella regolamentazione e negli standard di servizio. Tuttavia, la Protezione Civile può essere funzionale a garantire materie Lep e se la devoluzione interferisce con questo processo si crea potenzialmente un problema molto serio.
Ad esempio, durante la pandemia da Covid-19, la protezione civile ha svolto un ruolo fondamentale nell’organizzazione dei servizi in funzione anti-pandemica, con in cima alla catena di comando lo stesso presidente del Consiglio dei ministri. Sarebbe stato possibile ottenere lo stesso servizio da un insieme di protezioni civili regionali, ciascuna delle quali risponde a un diverso organo politico, quale la Regione?
La regionalizzazione della Protezione Civile potrebbe così influenzare in un prossimo futuro la capacità di offrire in modo uniforme sul territorio nazionale i servizi relativi alla “tutela della salute”, una materia invece chiaramente Lep.
Allo stesso modo, potrebbe influire sulla tutela del territorio, anch’essa una materia Lep. Più in generale, se la struttura organizzativa e di incentivi della Protezione Civile differisce da una regione all’altra, senza che siano introdotti e rispettati standard nazionali, nel caso di una emergenza, alcune regioni potrebbero non essere in grado di garantire l’organizzazione dei soccorsi, con ovvi effetti anche sul piano sanitario o di altre materie coperte dai Lep.
Se le materie non-Lep influenzano il rispetto dei Lep in altri campi, come si può separare l’attribuzione delle prime dalle seconde?
Il rischio del pasticcio istituzionale, del rimpallo di responsabilità e della montagna dei ricorsi alla Corte costituzionale è dietro l’angolo.
In sostanza, definire il livello minimo dei diritti dei residenti dovrebbe essere una grande operazione politica di progresso della Repubblica e non servire a far contento un pezzo della Lega
Si può pertanto affermare che l’Autonomia differenziata è un progetto liberista che mette in pericolo l’unità stessa del Paese. Chi si è accodato a queste richieste, spesso definendosi patriota (non si sa di quale patria, evidentemente quella Padana) si assume interamente e a futura memoria la responsabilità della possibile, e certo non auspicabile, “balcanizzazione” del Paese. Il tutto mentre i dati Istat degli ultimi anni, pongono in evidenza come i divari territoriali e sociali da anni si stanno sempre più approfondendo, così come la desertificazione demografica del Mezzogiorno.
Questa vicenda però ci deve far capire che, come con un castello di carte, vi è la possibilità d’agire concretamente per mandare all’aria i desiderata leghisti.
Infatti “tutto si tiene” come in un gioco ad incastro se pensiamo che il Referendum sulla Giustizia è uno dei tre cardini che uniscono gli interessi di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega. Ed è il solo dei tre sul quale potremo votare, già a marzo.
Infatti il premierato, che interessa a FdI, dovrebbe seguire la strada di una legge elettorale, per via parlamentare, approvata a colpi di maggioranza, sulla quale non ci sarà possibilità di un referendum prima delle politiche del 2027. Quanto all’autonomia differenziata dopo la bocciatura, come visto, del Referendum è ormai sufficiente l’assenso del Parlamento.
Ecco perché il voto referendario sulla Giustizia è il perno non solo per bloccare tutto il resto, ma anche per far saltare il patto di del governo più antimeridionale della storia. Se infatti il NO dovesse prevalere la tenuta governativa sarebbe messa a dura prova facendo prevedibilmente saltare il banco anche su tutto il resto a partire dall’Autonomia differenziata. Inizierebbe un gioco di ripicche interne che metterebbe a dura prova la riuscita degli incastri d’interesse dei partiti di governo e quindi del governo stesso. Se cade la riforma cara a Forza Italia questa difficilmente farà passare l’autonomia differenziata, così come la Lega difficilmente darà il suo assenso al premierato.
Pertanto il prossimo Referendum di marzo sulla separazione delle carriere dei magistrati, a prescindere dagli aspetti tecnici del Referendum stesso, con la relativa vittoria del NO è l’ultima “ridotta” disponibile per i meridionalisti per bloccare l’Autonomia differenziata”.

Fonte: Lavoro & Salute di febbraio



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Di Natale Cuccurese

Eravamo stati facili profeti un anno fa sui dubbi in merito alla decisione (che oggi appare sempre più inconsulta) della Consulta sulla bocciatura del Referendum sull’Autonomia differenziata perché rappresentava un grave nocumento per la tenuta democratica ed unitaria del Paese.

Spiegando le ragioni della bocciatura del Referendum, veniva fatto riferimento che «la decisione della Corte sulla non ammissibilità del referendum si riferiva alla non chiarezza del quesito, perché l’oggetto del quesito (la legge Calderoli) è oramai ridimensionato» per via della sentenza dello scorso anno che ne ha sancita la parziale, benché amplissima, incostituzionalità, sicché «ciò che residuava era difficilmente comprensibile dall’elettore».
Peccato che la decisione circa la idoneità della legge Calderoli a rimanere sottoposta a referendum dopo il suo parziale annullamento da parte della Corte costituzionale spettava, però, alla sola Corte di Cassazione, la cui valutazione a favore della idoneità non è suscettibile di revisione da parte della Corte costituzionale.
Altrettanto sorprendente è stato leggere che, con il referendum, «i cittadini sarebbero stati chiamati a votare sull’articolo 116 comma terzo della Costituzione, e cioè sul principio dell’autonomia differenziata, ma questo è contro la Costituzione». La Costituzione però attribuisce alle Regioni la possibilità di chiedere l’autonomia differenziata, ma la decisione se accogliere la richiesta o meno è rimessa allo Stato.
L’autonomia differenziata infatti non è un diritto, ma è una facoltà che lo Stato può decidere di attivare o di non attivare. Dunque, decidere di eliminare la “legge Calderoli”, in quanto volta ad agevolare l’esercizio di quella facoltà, non significa affatto pronunciarsi sulla Costituzione, bensì assumere una decisione di principio sull’attivazione o meno della facoltà in questione (il che, peraltro, non impedisce la possibilità di utilizzare direttamente l’articolo 116, comma 3 della Costituzione, come mostra l’esperienza dei Governi Gentiloni e Conte I).
Così un anno fa venendo a mancare la mobilitazione del Mezzogiorno (che infatti ha reagito se non con una astensione per protesta sicuramente con una partecipazione e mobilitazione meno sentita) è stato definitivamente impossibile raggiungere il già difficile quorum per i 5 Referendum su scurezza sul lavoro, contratti, ma anche cittadinanza.
Diciamo che così il governo si ritrovò con minor preoccupazioni di tenuta. Tenuta che sarebbe stata quasi impossibile da mantenere in caso di sconfitta referendaria.
Inoltre così stando le cose ai leghisti è stato successivamente possibile andare avanti per strappi, “fregandosene” nel breve della sentenza e procedendo a tutto gas a normare materie in merito a piacimento, o quasi, col criterio del “fatto compiuto” (o del silenzio assenso).
Ora la “Legge Truffa” che non punta a garantire diritti ai cittadini, ma ad aggirare Consulta e Parlamento sulla via del regionalismo differenziato, giace in Commissione al Senato da settembre, sotto forma di Ddl delega al governo per la definizione dei LEP, i Livelli essenziali delle prestazioni riguardo ai diritti civili e sociali che lo Stato dovrebbe garantire a tutti i cittadini secondo l’articolo 117 della Costituzione.
Calderoli s’è infatti portato avanti firmando pre-intese con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria su alcune “materie non LEP” e infilando nella legge di Bilancio approvata a fine anno alcuni articoli che definiscono una serie di “Livelli essenziali delle prestazioni” da circa un mese oggetto di un ciclo di audizioni informali che hanno messo in rilievo il tipo di “truffa” che si vuole consumare.
Il Ddl in questione serve alla “completa attuazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione”, che non è quello che assegna alla Stato il compito di definire e garantire i LEP, ma quello che prevede “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”. Il costituzionalista Francesco Pallante così si è espresso: “imprime fin dall’origine alla definizione dei Lep una torsione destinata a distoglierli dalle finalità costituzionali cui dovrebbero essere preposti”. Mentre per lo Svimez: “i Lep non rappresentano uno strumento funzionale al regionalismo differenziato, ma un presidio ordinario dell’eguaglianza sostanziale dei diritti di cittadinanza”.
Ma la vicenda diventa clamorosa se pensiamo, ad esempio, che Veneto, Lombardia, Liguria e Piemonte hanno richiesto la materia non Lep riguardante la “Protezione Civile”, cioè personale, funzioni, materiali, risorse ma anche autonomia nella regolamentazione e negli standard di servizio. Tuttavia, la Protezione Civile può essere funzionale a garantire materie Lep e se la devoluzione interferisce con questo processo si crea potenzialmente un problema molto serio.
Ad esempio, durante la pandemia da Covid-19, la protezione civile ha svolto un ruolo fondamentale nell’organizzazione dei servizi in funzione anti-pandemica, con in cima alla catena di comando lo stesso presidente del Consiglio dei ministri. Sarebbe stato possibile ottenere lo stesso servizio da un insieme di protezioni civili regionali, ciascuna delle quali risponde a un diverso organo politico, quale la Regione?
La regionalizzazione della Protezione Civile potrebbe così influenzare in un prossimo futuro la capacità di offrire in modo uniforme sul territorio nazionale i servizi relativi alla “tutela della salute”, una materia invece chiaramente Lep.
Allo stesso modo, potrebbe influire sulla tutela del territorio, anch’essa una materia Lep. Più in generale, se la struttura organizzativa e di incentivi della Protezione Civile differisce da una regione all’altra, senza che siano introdotti e rispettati standard nazionali, nel caso di una emergenza, alcune regioni potrebbero non essere in grado di garantire l’organizzazione dei soccorsi, con ovvi effetti anche sul piano sanitario o di altre materie coperte dai Lep.
Se le materie non-Lep influenzano il rispetto dei Lep in altri campi, come si può separare l’attribuzione delle prime dalle seconde?
Il rischio del pasticcio istituzionale, del rimpallo di responsabilità e della montagna dei ricorsi alla Corte costituzionale è dietro l’angolo.
In sostanza, definire il livello minimo dei diritti dei residenti dovrebbe essere una grande operazione politica di progresso della Repubblica e non servire a far contento un pezzo della Lega
Si può pertanto affermare che l’Autonomia differenziata è un progetto liberista che mette in pericolo l’unità stessa del Paese. Chi si è accodato a queste richieste, spesso definendosi patriota (non si sa di quale patria, evidentemente quella Padana) si assume interamente e a futura memoria la responsabilità della possibile, e certo non auspicabile, “balcanizzazione” del Paese. Il tutto mentre i dati Istat degli ultimi anni, pongono in evidenza come i divari territoriali e sociali da anni si stanno sempre più approfondendo, così come la desertificazione demografica del Mezzogiorno.
Questa vicenda però ci deve far capire che, come con un castello di carte, vi è la possibilità d’agire concretamente per mandare all’aria i desiderata leghisti.
Infatti “tutto si tiene” come in un gioco ad incastro se pensiamo che il Referendum sulla Giustizia è uno dei tre cardini che uniscono gli interessi di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega. Ed è il solo dei tre sul quale potremo votare, già a marzo.
Infatti il premierato, che interessa a FdI, dovrebbe seguire la strada di una legge elettorale, per via parlamentare, approvata a colpi di maggioranza, sulla quale non ci sarà possibilità di un referendum prima delle politiche del 2027. Quanto all’autonomia differenziata dopo la bocciatura, come visto, del Referendum è ormai sufficiente l’assenso del Parlamento.
Ecco perché il voto referendario sulla Giustizia è il perno non solo per bloccare tutto il resto, ma anche per far saltare il patto di del governo più antimeridionale della storia. Se infatti il NO dovesse prevalere la tenuta governativa sarebbe messa a dura prova facendo prevedibilmente saltare il banco anche su tutto il resto a partire dall’Autonomia differenziata. Inizierebbe un gioco di ripicche interne che metterebbe a dura prova la riuscita degli incastri d’interesse dei partiti di governo e quindi del governo stesso. Se cade la riforma cara a Forza Italia questa difficilmente farà passare l’autonomia differenziata, così come la Lega difficilmente darà il suo assenso al premierato.
Pertanto il prossimo Referendum di marzo sulla separazione delle carriere dei magistrati, a prescindere dagli aspetti tecnici del Referendum stesso, con la relativa vittoria del NO è l’ultima “ridotta” disponibile per i meridionalisti per bloccare l’Autonomia differenziata”.

Fonte: Lavoro & Salute di febbraio



domenica 1 febbraio 2026

Niscemi come simbolo del Sud dimenticato: PNRR inesistente, dissesto idrogeologico e razzismo di Stato

Di Natale Cucccursse 

Presidente del Partito del Sud 

Niscemi, come in una tempesta perfetta, si sono sommati più fattori, paradigmatici della situazione orwelliana che stiamo vivendo in Italia, alla base della tragedia in corso. 

Il primo fattore, come sto scrivendo ormai da anni a proposito della “truffa del PNRR”, è che in Italia, dal 2001 al 2021, i dipendenti comunali grazie alla spending review sono diminuiti da 450.000 a 320.000, un calo avvenuto, grazie alla propaganda leghista, in larga parte nel Mezzogiorno dove i comuni non hanno più personale per servizi essenziali e mancano i tecnici per il PNRR

Quindi in molti Comuni, puoi stanziare o proporre bandi di milioni o anche di miliardi di euro come si favoleggia in queste ore, ma se non si hanno i tecnici per seguire l'iter dei bandi i soldi restano solo sulla carta.

La situazione è stata parzialmente corretta per i piccoli comuni rivolgendosi a professionisti esterni (tecnici privati), ma non basta.

Infatti da dati Eurispes le narrazioni sulla Sicilia "sprecona" per l'alto numero di dipendenti pubblici sono infondate. Lo studio evidenzia che la Sicilia non ha un eccesso di dipendenti pubblici pro capite rispetto alla media nazionale, ma gestisce competenze statali che gravano sul bilancio regionale, posizionandosi come terza regione per risorse ricevute.

Il governo Meloni, sarebbe potuto intervenire in aiuto dei Comuni, come più volte richiesto, grazie ai poteri sostitutivi previsti in Costituzione, ma non lo ha fatto, un po' per il solito pressappochismo tipico di questo governo, ma anche perché non c'è niente di più utile in Italia, soprattutto in questo governo di “prima il Nord”, che alimentare il Razzismo di Stato ai danni dei cittadini del Sud, al fine di tenerli ben sottomessi. Così che restano la pietra di paragone negativa della nazione a cui addebitare, alla bisogna, ogni responsabilità, ogni nefandezza. Un vero e proprio lavacro per la coscienza nazionale.

Il secondo fattore è di natura prettamente ambientale poiché a Niscemi c'è la grande base statunitense del Muos, che si trova nella riserva naturale della sughereta di Niscemi

La costruzione dell'impianto ha sottratto ai boschi una superficie di poco superiore a un milione di metri quadrati (un quadrato con il lato di un chilometro, per intendersi), perciò fin dal rilascio delle autorizzazioni nel 2006 si sono succedute proteste per l'impatto ambientale della struttura. Non si tratta di emissioni o versamenti di sostanze pericolose, ma riguarda l'azione di diboscamento che l'operazione ha comportato.

Oggi il territorio sta pagando anche questo disboscamento selvaggio, dove i cittadini non hanno colpe, ma in televisione il ministro (in)competente, leghisti, protoleghisti e giornalisti a tassametro gettano tutta la colpa della situazione sugli incolpevoli cittadini.

Per finire bisogna evidenziare che la frana che ha colpito Niscemi, NON è un caso isolato: l'Italia è un Paese fragile e molto esposto ai rischi idrogeologici. Ovviamente politici e media di regime si guardano bene dall'evidenziare questi dati. È più semplice crocifiggere i soliti meridionali…

Secondo gli ultimi dati ISPRA, il 94,5% dei Comuni italiani è un rischio per frane, alluvioni, valanghe o erosione costiera e 1 milione e 280 mila abitanti vivono in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata.

Il dissesto del territorio NON è quindi un problema di Niscemi e delle Regioni del Sud, il problema è presente in tutta Italia, bisognerebbe chiedersi perché l territori ei controlli di rischio idrogeologico, a Sud come a Nord, sono stati a dir poco trascurati e non affidarsi ai soliti pregiudizi in base ai quali troppo spesso non spunta la solidarietà, ma il giudizio o meglio il pregiudizio.

“Se la sono cercata”, “l'abusivismo”, “al Sud sanno solo piangere e non fanno nulla”. Questo riflesso scatta però quasi sempre quando la calamità colpisce il sud.

Quando colpisce a diverse latitudini, si abbassano i toni, si parla di tragedia, non di colpa, si parla sempre di cittadini che si rimboccano le maniche da soli, si chiede giustamente solidarietà e ricostruzione immediata.

Al Sud invece si usa ogni disastro per colpire e non per capire, per offendere e non per portare solidarietà. Come se al Sud le vittime dovessero prima giustificarsi, genuflettersi e umiliarsi prima di meritare aiuto. 

Infine bisognerebbe capire perché da tempo l'attuale Governo continua senza posa, così come l'Unione Europea, a stanziare risorse quasi esclusivamente per il riarmo e non per il dissesto idrogeologico, così come per la Sanità, la Scuola, le pensioni, il welfare in generale, cioè per i bisogni reali dei cittadini esposti dall'insensatezza dei governanti ad ogni genere di rischio.

Fonte: ControSud






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Di Natale Cucccursse 

Presidente del Partito del Sud 

Niscemi, come in una tempesta perfetta, si sono sommati più fattori, paradigmatici della situazione orwelliana che stiamo vivendo in Italia, alla base della tragedia in corso. 

Il primo fattore, come sto scrivendo ormai da anni a proposito della “truffa del PNRR”, è che in Italia, dal 2001 al 2021, i dipendenti comunali grazie alla spending review sono diminuiti da 450.000 a 320.000, un calo avvenuto, grazie alla propaganda leghista, in larga parte nel Mezzogiorno dove i comuni non hanno più personale per servizi essenziali e mancano i tecnici per il PNRR

Quindi in molti Comuni, puoi stanziare o proporre bandi di milioni o anche di miliardi di euro come si favoleggia in queste ore, ma se non si hanno i tecnici per seguire l'iter dei bandi i soldi restano solo sulla carta.

La situazione è stata parzialmente corretta per i piccoli comuni rivolgendosi a professionisti esterni (tecnici privati), ma non basta.

Infatti da dati Eurispes le narrazioni sulla Sicilia "sprecona" per l'alto numero di dipendenti pubblici sono infondate. Lo studio evidenzia che la Sicilia non ha un eccesso di dipendenti pubblici pro capite rispetto alla media nazionale, ma gestisce competenze statali che gravano sul bilancio regionale, posizionandosi come terza regione per risorse ricevute.

Il governo Meloni, sarebbe potuto intervenire in aiuto dei Comuni, come più volte richiesto, grazie ai poteri sostitutivi previsti in Costituzione, ma non lo ha fatto, un po' per il solito pressappochismo tipico di questo governo, ma anche perché non c'è niente di più utile in Italia, soprattutto in questo governo di “prima il Nord”, che alimentare il Razzismo di Stato ai danni dei cittadini del Sud, al fine di tenerli ben sottomessi. Così che restano la pietra di paragone negativa della nazione a cui addebitare, alla bisogna, ogni responsabilità, ogni nefandezza. Un vero e proprio lavacro per la coscienza nazionale.

Il secondo fattore è di natura prettamente ambientale poiché a Niscemi c'è la grande base statunitense del Muos, che si trova nella riserva naturale della sughereta di Niscemi

La costruzione dell'impianto ha sottratto ai boschi una superficie di poco superiore a un milione di metri quadrati (un quadrato con il lato di un chilometro, per intendersi), perciò fin dal rilascio delle autorizzazioni nel 2006 si sono succedute proteste per l'impatto ambientale della struttura. Non si tratta di emissioni o versamenti di sostanze pericolose, ma riguarda l'azione di diboscamento che l'operazione ha comportato.

Oggi il territorio sta pagando anche questo disboscamento selvaggio, dove i cittadini non hanno colpe, ma in televisione il ministro (in)competente, leghisti, protoleghisti e giornalisti a tassametro gettano tutta la colpa della situazione sugli incolpevoli cittadini.

Per finire bisogna evidenziare che la frana che ha colpito Niscemi, NON è un caso isolato: l'Italia è un Paese fragile e molto esposto ai rischi idrogeologici. Ovviamente politici e media di regime si guardano bene dall'evidenziare questi dati. È più semplice crocifiggere i soliti meridionali…

Secondo gli ultimi dati ISPRA, il 94,5% dei Comuni italiani è un rischio per frane, alluvioni, valanghe o erosione costiera e 1 milione e 280 mila abitanti vivono in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata.

Il dissesto del territorio NON è quindi un problema di Niscemi e delle Regioni del Sud, il problema è presente in tutta Italia, bisognerebbe chiedersi perché l territori ei controlli di rischio idrogeologico, a Sud come a Nord, sono stati a dir poco trascurati e non affidarsi ai soliti pregiudizi in base ai quali troppo spesso non spunta la solidarietà, ma il giudizio o meglio il pregiudizio.

“Se la sono cercata”, “l'abusivismo”, “al Sud sanno solo piangere e non fanno nulla”. Questo riflesso scatta però quasi sempre quando la calamità colpisce il sud.

Quando colpisce a diverse latitudini, si abbassano i toni, si parla di tragedia, non di colpa, si parla sempre di cittadini che si rimboccano le maniche da soli, si chiede giustamente solidarietà e ricostruzione immediata.

Al Sud invece si usa ogni disastro per colpire e non per capire, per offendere e non per portare solidarietà. Come se al Sud le vittime dovessero prima giustificarsi, genuflettersi e umiliarsi prima di meritare aiuto. 

Infine bisognerebbe capire perché da tempo l'attuale Governo continua senza posa, così come l'Unione Europea, a stanziare risorse quasi esclusivamente per il riarmo e non per il dissesto idrogeologico, così come per la Sanità, la Scuola, le pensioni, il welfare in generale, cioè per i bisogni reali dei cittadini esposti dall'insensatezza dei governanti ad ogni genere di rischio.

Fonte: ControSud






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sabato 24 gennaio 2026

LA TEMPESTA IN CALABRIA E IN SICILIA NON FA RUMORE SUI MEDIA NAZIONALI

 

Comunicato Stampa

Come meridionalisti progressisti del Partito del Sud non possiamo che solidarizzare con i cittadini calabresi e siciliani che sono stati duramente colpiti dal Ciclone Harry e ora contano i danni. La protezione civile e le amministrazioni locali hanno avviato le prime stime dell’emergenza. I danni superano ampiamente il miliardo di euro. Le Regioni più colpite restano principalmente Sicilia e Calabria, con problemi concentrati soprattutto lungo le coste, dove vento e mareggiate hanno distrutto ampie parti di litorale, invaso strade e provocato crolli e allagamenti. Le due Regioni vanno verso lo stato di calamità regionale, con la richiesta al governo nazionale dello stato di emergenza.

Coste flagellata per oltre 48 ore da onde mastodontiche: case sventrate, strade e ferrovie distrutte. Crollata la linea Catania–Messina.

Oltre 500mm di pioggia sull’Etna e neve eccezionale sopra i 2200m. Una boa dell'ISPRA ha registrato un'onda max di 16 MT a sud della Sicilia, sul Canale di Sicilia, nel tratto di mare fra Portopalo e Malta. Superato il precedente record europeo detenuto dalla Spagna, durante la tempesta Gloria del 2020.

Le priorità al Sud, come ci ricorda anche il ciclone Harry, sono le infrastrutture e il contrasto al dissesto idrogeologico. La crisi climatica purtroppo aumenterà sempre di più. Serve potenziare la difesa delle coste e dei territori. Si investa su ciò che serve alla popolazione e alla sua messa in sicurezza dei territori.

Il governo Meloni non solo dovrebbe immediatamente attivarsi per deliberare le prime risorse che consentano agli enti locali di poter operare per i primi interventi, rimuovere detriti, ostacoli, ripristinare la viabilità e i servizi essenziali, ma anche restituire i miliardi di fondi Fsc sottratti per il riarmo e quelli bloccati per il Ponte sullo Stretto, arma di distrazione di massa per spostare fondi dal Sud al Nord con l’ultima manovra di bilancio, ma visto che sui tg nazionali le devastazioni al Sud  sono solo una notizia minore, questa ipotesi non sarà mai presa in considerazione.

I Tg nazionali, come sempre nordcentrici, danno poco rilievo alla situazione disastrosa e ai danni subiti, ma quello che più colpisce è il silenzio della Meloni.

Evidentemente, come sempre, il Mezzogiorno e i suoi figli per questo Governo sono figli di un Dio minore.

 

Natale Cuccurese

Presidente nazionale del Partito del Sud




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Comunicato Stampa

Come meridionalisti progressisti del Partito del Sud non possiamo che solidarizzare con i cittadini calabresi e siciliani che sono stati duramente colpiti dal Ciclone Harry e ora contano i danni. La protezione civile e le amministrazioni locali hanno avviato le prime stime dell’emergenza. I danni superano ampiamente il miliardo di euro. Le Regioni più colpite restano principalmente Sicilia e Calabria, con problemi concentrati soprattutto lungo le coste, dove vento e mareggiate hanno distrutto ampie parti di litorale, invaso strade e provocato crolli e allagamenti. Le due Regioni vanno verso lo stato di calamità regionale, con la richiesta al governo nazionale dello stato di emergenza.

Coste flagellata per oltre 48 ore da onde mastodontiche: case sventrate, strade e ferrovie distrutte. Crollata la linea Catania–Messina.

Oltre 500mm di pioggia sull’Etna e neve eccezionale sopra i 2200m. Una boa dell'ISPRA ha registrato un'onda max di 16 MT a sud della Sicilia, sul Canale di Sicilia, nel tratto di mare fra Portopalo e Malta. Superato il precedente record europeo detenuto dalla Spagna, durante la tempesta Gloria del 2020.

Le priorità al Sud, come ci ricorda anche il ciclone Harry, sono le infrastrutture e il contrasto al dissesto idrogeologico. La crisi climatica purtroppo aumenterà sempre di più. Serve potenziare la difesa delle coste e dei territori. Si investa su ciò che serve alla popolazione e alla sua messa in sicurezza dei territori.

Il governo Meloni non solo dovrebbe immediatamente attivarsi per deliberare le prime risorse che consentano agli enti locali di poter operare per i primi interventi, rimuovere detriti, ostacoli, ripristinare la viabilità e i servizi essenziali, ma anche restituire i miliardi di fondi Fsc sottratti per il riarmo e quelli bloccati per il Ponte sullo Stretto, arma di distrazione di massa per spostare fondi dal Sud al Nord con l’ultima manovra di bilancio, ma visto che sui tg nazionali le devastazioni al Sud  sono solo una notizia minore, questa ipotesi non sarà mai presa in considerazione.

I Tg nazionali, come sempre nordcentrici, danno poco rilievo alla situazione disastrosa e ai danni subiti, ma quello che più colpisce è il silenzio della Meloni.

Evidentemente, come sempre, il Mezzogiorno e i suoi figli per questo Governo sono figli di un Dio minore.

 

Natale Cuccurese

Presidente nazionale del Partito del Sud




venerdì 16 gennaio 2026

Il Meridione dimenticato. Nei piani di governo della destra il Sud non esiste

Di Natale Cuccurese

La Legge di Bilancio 2026 conferma l'irrilevanza del Mezzogiorno per il governo Meloni: tagli ai Fondi di Coesione, decontribuzione Sud indebolita, "scippi" continui

Con la nuova legge di bilancio targata “Meloni” il prezzo che i cittadini hanno iniziato a pagare sin dai primi giorni del 2026 è fatto di tasse palesi ed occulte, tagli spaventosi al welfare e aumenti indiscriminati che contraddicono le tante promesse fatte in campagna elettorale dai Partiti al governo. Solo spiccioli per la sanità, scuola pubblica, salari e pensioni, ma soldi a pioggia per le armi.

L’insistenza sui crediti d’imposta, bonus, iperammortamenti e decontribuzioni è indicativo di un governo che premia solo chi è in grado d’investire, condannando così i più deboli, ed il Mezzogiorno in particolare, a restare dipendenti in modo strutturale da incentivi aleatori e temporanei. È la condanna all’irrilevanza della Questione Meridionale. Non si vuole politicamente gestire la risoluzione dei divari, ma li si tampona finché si può.Si procede così cripticamente alla frammentazione definitiva del blocco sociale meridionale, premiando solo settori ristretti, cioè il bacino elettorale del governo: imprese, quei pochi territori già connessi logisticamente e settori già integrati nel sistema economico globale. Nessuna programmazione per fare uscire dall’irrilevanza economica e sociale le aree interne e montane e i giovani disoccupati, destinati ad un destino di emigrazione. Non parliamo poi di politica industriale che semplicemente non c’è. Il possibile sviluppo del Sud, a cui in teoria dovevano essere destinati larga parte dei fondi Pnrr, semplicemente non interessa. Questo è solo l’antipasto di quello che ben presto arriverà con l’Autonomia differenziata. Non è presa in alcun modo in considerazione l’ipotesi di “accendere il secondo motore del Paese”. Viene sempre e solo “prima il Nord” in una visione discriminatoria tipica della destra leghista.E così mentre aumentano le preoccupazioni di una guerra che si fa sempre più possibile, con l’Esercito Italiano composto per il 72% da meridionali, il Mezzogiorno risulta nella Legge di Bilancio del tutto marginale, ignorato. Prima spremuto, poi illuso ed ora gettato via. Nulla di nuovo sotto il sole. Anzi, parafrasando il titolo del celebre romanzo di Erich Maria Remarque dove il protagonista dopo incredibili peripezie e sofferenze muore in trincea nell’indifferenza generale, potremmo dire “niente di nuovo sul fronte meridionale”.

Forse anche perché il Mezzogiorno da tempo è all’opposizione di questa destra. Infatti molti dimenticano che nelle elezioni politiche 2022 solo 19 elettori meridionali su 100 hanno votato per la coalizione politica di destra attualmente al governo (30 su 100 al Centro-Nord). Una percentuale bassissima, che non ha precedenti in passato. Infatti i cittadini del Mezzogiorno, in larga maggioranza, non sono saliti sul carro del sicuro vincitore, smentendo i preconcetti dominanti sul cosiddetto “voto di scambio”. E questo lo si vede bene a posteriori dai provvedimenti, tutti contro il Sud, del governo Meloni.D’altra parte, come ho già illustrato su Left , i cittadini del Mezzogiorno sono persino scippati del diritto di voto e rappresentanza, per cui inutile stupirsi.Nel Mezzogiorno FdI è dietro al Pd e l’opposizione unita supera le destre. Non a caso il Sud è da tempo partigiano della Costituzione, anche perché questa, nella sua prima parte che parla di diritti sociali, attende ancora la sua piena applicazione. Il rischio ora è che con l’Autonomia differenziata salti definitivamente anche il patto di cittadinanza.È questa esclusione preventiva del Mezzogiorno, in una visione asfittica e provinciale, che ha marginalizzato da sempre l’Italia nel suo insieme come uno stereotipato Sud. D’altra parte tutta Italia è Sud, Sud d’Europa.

È questo il risultato della crisi politica, culturale, morale ed economica che ha investito il Paese, ed il Mezzogiorno in particolare, negli ultimi trent’anni e che ne sta rendendo sempre più incerto il suo cammino democratico. È da sottolineare che già prima di arrivare all’ultima manovra di bilancio il Mezzogiorno, negli ultimi mesi ha subito numerosi “scippi”. Ne ricordo per brevità solo alcuni: dalla drastica riduzione dei Fondi di coesione europei, da riconvertirsi in acquisto di armi, alla farsa del Ponte sullo Stretto usato come arma di distrazione di massa in vista delle recenti elezioni regionali al Sud, con il governo che ha dapprima dirottato 3,7 miliardi del Fondo infrastrutturale per Calabria e Sicilia verso la mega-opera bloccando i fondi Pnrr già stanziati per il rinnovo, ampliamento e messa in sicurezza di infrastrutture regionali e provinciali nel Mezzogiorno (strade, ferrovie) per 120.000 km di viabilità, per poi, un mese fa, grazie al supporto del Ministro leghista Giorgetti, spostare con un emendamento alla Manovra di Bilancio 3,5 miliardi di fondi programmati per il Ponte a favore (per l’85% dell’intera cifra come afferma Cgil Sicilia) degli imprenditori del Nord e di pochi altri capitoli di spesa che con il Sud nulla c’entrano, chiudendo così l’ennesimo giro di fondi dal Sud al Nord della storia. Mentre per il nuovo anno è già in cantiere l’ennesima proposta monoculare di Calderoli con le nuove regole per la “montagna” scritte appositamente per colpire i comuni appenninici del Centro-Sud a vantaggio dei soli Comuni alpini. E così il Mezzogiorno, di cui non conviene a nessuno parlare, è totalmente scomparso dall’orizzonte politico di fine anno, dimenticato persino nei discorsi. Ignorato con fastidio.

Ma vediamo brevemente cosa ancora contiene, o meglio sottrae, questa Manovra di Bilancio nei confronti del Sud:

  • Fondi Sviluppo e Coesione: il governo sottrae al previsto “tesoretto” 500 milioni in tre anni. Il governo prima ha ritardato gli accordi con le Regioni, a partire da Puglia e Campania governate dal centrosinistra, e ora utilizza quanto sottratto dal fondo in questione come bancomat per altri territori.
  • Taglio di 15 milioni per il completamento della linea metro tra Napoli e Afragola, come sempre accampando scuse e chiacchiere varie.
  • Decontribuzione Sud, indebolita dalle scelte della Finanziaria, riuscendo a fare infuriare persino Confindustria. Una stangata contro uno strumento fondamentale per trattenere i giovani al Sud, a proposito di fuga di “cervelli” per i quali il governo nulla propone e fa.
  • Zes che non solo non è stata potenziata, ma centralizzata. Altro che il dinamismo dei territori. Altro che autonomia. Quando si tratta di Mezzogiorno si centralizza a Roma!

In questo scenario desolante giungono le parole della Segretaria Pd Schlein che subito dopo le elezioni regionali del mese scorso con le vittorie del centrosinistra in Campania e Puglia, evidentemente ben conoscendo i dati di cui sopra relativi alle politiche 2022, ha dichiarato che: “Il riscatto parte dal Sud e nel 2027 ci farà vincere contro il governo più antimeridionalista della storia, che vuole spaccare l’Italia con l’autonomia differenziata”.Non rimane ora che dar seguito a queste parole con una coalizione ampia e con visione meridionalista, perché, a proposito delle politiche 2027, il Sud, con ogni probabilità, deciderà chi vincerà. Non soltanto nel suo perimetro ma in tutto il Paese.

Fonte Articolo e foto: Left






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Di Natale Cuccurese

La Legge di Bilancio 2026 conferma l'irrilevanza del Mezzogiorno per il governo Meloni: tagli ai Fondi di Coesione, decontribuzione Sud indebolita, "scippi" continui

Con la nuova legge di bilancio targata “Meloni” il prezzo che i cittadini hanno iniziato a pagare sin dai primi giorni del 2026 è fatto di tasse palesi ed occulte, tagli spaventosi al welfare e aumenti indiscriminati che contraddicono le tante promesse fatte in campagna elettorale dai Partiti al governo. Solo spiccioli per la sanità, scuola pubblica, salari e pensioni, ma soldi a pioggia per le armi.

L’insistenza sui crediti d’imposta, bonus, iperammortamenti e decontribuzioni è indicativo di un governo che premia solo chi è in grado d’investire, condannando così i più deboli, ed il Mezzogiorno in particolare, a restare dipendenti in modo strutturale da incentivi aleatori e temporanei. È la condanna all’irrilevanza della Questione Meridionale. Non si vuole politicamente gestire la risoluzione dei divari, ma li si tampona finché si può.Si procede così cripticamente alla frammentazione definitiva del blocco sociale meridionale, premiando solo settori ristretti, cioè il bacino elettorale del governo: imprese, quei pochi territori già connessi logisticamente e settori già integrati nel sistema economico globale. Nessuna programmazione per fare uscire dall’irrilevanza economica e sociale le aree interne e montane e i giovani disoccupati, destinati ad un destino di emigrazione. Non parliamo poi di politica industriale che semplicemente non c’è. Il possibile sviluppo del Sud, a cui in teoria dovevano essere destinati larga parte dei fondi Pnrr, semplicemente non interessa. Questo è solo l’antipasto di quello che ben presto arriverà con l’Autonomia differenziata. Non è presa in alcun modo in considerazione l’ipotesi di “accendere il secondo motore del Paese”. Viene sempre e solo “prima il Nord” in una visione discriminatoria tipica della destra leghista.E così mentre aumentano le preoccupazioni di una guerra che si fa sempre più possibile, con l’Esercito Italiano composto per il 72% da meridionali, il Mezzogiorno risulta nella Legge di Bilancio del tutto marginale, ignorato. Prima spremuto, poi illuso ed ora gettato via. Nulla di nuovo sotto il sole. Anzi, parafrasando il titolo del celebre romanzo di Erich Maria Remarque dove il protagonista dopo incredibili peripezie e sofferenze muore in trincea nell’indifferenza generale, potremmo dire “niente di nuovo sul fronte meridionale”.

Forse anche perché il Mezzogiorno da tempo è all’opposizione di questa destra. Infatti molti dimenticano che nelle elezioni politiche 2022 solo 19 elettori meridionali su 100 hanno votato per la coalizione politica di destra attualmente al governo (30 su 100 al Centro-Nord). Una percentuale bassissima, che non ha precedenti in passato. Infatti i cittadini del Mezzogiorno, in larga maggioranza, non sono saliti sul carro del sicuro vincitore, smentendo i preconcetti dominanti sul cosiddetto “voto di scambio”. E questo lo si vede bene a posteriori dai provvedimenti, tutti contro il Sud, del governo Meloni.D’altra parte, come ho già illustrato su Left , i cittadini del Mezzogiorno sono persino scippati del diritto di voto e rappresentanza, per cui inutile stupirsi.Nel Mezzogiorno FdI è dietro al Pd e l’opposizione unita supera le destre. Non a caso il Sud è da tempo partigiano della Costituzione, anche perché questa, nella sua prima parte che parla di diritti sociali, attende ancora la sua piena applicazione. Il rischio ora è che con l’Autonomia differenziata salti definitivamente anche il patto di cittadinanza.È questa esclusione preventiva del Mezzogiorno, in una visione asfittica e provinciale, che ha marginalizzato da sempre l’Italia nel suo insieme come uno stereotipato Sud. D’altra parte tutta Italia è Sud, Sud d’Europa.

È questo il risultato della crisi politica, culturale, morale ed economica che ha investito il Paese, ed il Mezzogiorno in particolare, negli ultimi trent’anni e che ne sta rendendo sempre più incerto il suo cammino democratico. È da sottolineare che già prima di arrivare all’ultima manovra di bilancio il Mezzogiorno, negli ultimi mesi ha subito numerosi “scippi”. Ne ricordo per brevità solo alcuni: dalla drastica riduzione dei Fondi di coesione europei, da riconvertirsi in acquisto di armi, alla farsa del Ponte sullo Stretto usato come arma di distrazione di massa in vista delle recenti elezioni regionali al Sud, con il governo che ha dapprima dirottato 3,7 miliardi del Fondo infrastrutturale per Calabria e Sicilia verso la mega-opera bloccando i fondi Pnrr già stanziati per il rinnovo, ampliamento e messa in sicurezza di infrastrutture regionali e provinciali nel Mezzogiorno (strade, ferrovie) per 120.000 km di viabilità, per poi, un mese fa, grazie al supporto del Ministro leghista Giorgetti, spostare con un emendamento alla Manovra di Bilancio 3,5 miliardi di fondi programmati per il Ponte a favore (per l’85% dell’intera cifra come afferma Cgil Sicilia) degli imprenditori del Nord e di pochi altri capitoli di spesa che con il Sud nulla c’entrano, chiudendo così l’ennesimo giro di fondi dal Sud al Nord della storia. Mentre per il nuovo anno è già in cantiere l’ennesima proposta monoculare di Calderoli con le nuove regole per la “montagna” scritte appositamente per colpire i comuni appenninici del Centro-Sud a vantaggio dei soli Comuni alpini. E così il Mezzogiorno, di cui non conviene a nessuno parlare, è totalmente scomparso dall’orizzonte politico di fine anno, dimenticato persino nei discorsi. Ignorato con fastidio.

Ma vediamo brevemente cosa ancora contiene, o meglio sottrae, questa Manovra di Bilancio nei confronti del Sud:

  • Fondi Sviluppo e Coesione: il governo sottrae al previsto “tesoretto” 500 milioni in tre anni. Il governo prima ha ritardato gli accordi con le Regioni, a partire da Puglia e Campania governate dal centrosinistra, e ora utilizza quanto sottratto dal fondo in questione come bancomat per altri territori.
  • Taglio di 15 milioni per il completamento della linea metro tra Napoli e Afragola, come sempre accampando scuse e chiacchiere varie.
  • Decontribuzione Sud, indebolita dalle scelte della Finanziaria, riuscendo a fare infuriare persino Confindustria. Una stangata contro uno strumento fondamentale per trattenere i giovani al Sud, a proposito di fuga di “cervelli” per i quali il governo nulla propone e fa.
  • Zes che non solo non è stata potenziata, ma centralizzata. Altro che il dinamismo dei territori. Altro che autonomia. Quando si tratta di Mezzogiorno si centralizza a Roma!

In questo scenario desolante giungono le parole della Segretaria Pd Schlein che subito dopo le elezioni regionali del mese scorso con le vittorie del centrosinistra in Campania e Puglia, evidentemente ben conoscendo i dati di cui sopra relativi alle politiche 2022, ha dichiarato che: “Il riscatto parte dal Sud e nel 2027 ci farà vincere contro il governo più antimeridionalista della storia, che vuole spaccare l’Italia con l’autonomia differenziata”.Non rimane ora che dar seguito a queste parole con una coalizione ampia e con visione meridionalista, perché, a proposito delle politiche 2027, il Sud, con ogni probabilità, deciderà chi vincerà. Non soltanto nel suo perimetro ma in tutto il Paese.

Fonte Articolo e foto: Left






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martedì 30 dicembre 2025

MOLISE FRA SANITA’ AL COLLASSO E VIOLAZIONE DELLA COSTITUZIONE - Comunicato Stampa




Come meridionalisti progressisti del Partito del Sud non possiamo che solidarizzare con il Sindaco di Isernia, Piero Castrataro, che per porre in evidenza la situazione drammatica della Sanità nella sua Città dorme in tenda davanti all’ingresso del “Veneziale”, l’ospedale della città molisana che negli anni, così come in tanti altri Ospedali del Mezzogiorno, è stato privato di alcuni reparti e servizi e che ora rischia concretamente di perdere quelli essenziali, sia per i tagli alla sanità pubblica operati dal Governo sia per carenza di medici.
Ortopedia ha già chiuso, i reparti di Oncologia e Psichiatria funzionano a singhiozzo, solo per citare alcuni casi. Di altri tagli si sta discutendo in questi giorni, come ad esempio quello, gravissimo, del mantenimento o meno del Punto nascita. Il “Veneziale” non è solo il punto di riferimento della città, ma di tutta la provincia di Isernia e quindi di più di 80mila persone, ma arrivare ad Isernia, spesso dopo ore di tragitto su strade ormai ridotte a tratturi e non trovarvi neanche più un pronto soccorso o un punto nascite, significa un rischio concreto per la vita dei cittadini.
Purtroppo, come nel caso in questione, troppo spesso, anche da parte dei media, ci si limita solo alla denuncia del problema ma non alla causa storica e nemmeno si propongono soluzioni redistributive percorribili.
Sarebbe utile impugnare da parte della Regione i criteri di riparto del Fondo sanitario nazionale, nonché quelli che riguardano la governance delle politiche di coesione e la legge Calderoli sull'autonomia differenziata, denunciando con forza che il governo centrale opera sempre e solo a svantaggio e sottrazione dei diritti dei cittadini del Sud.
Cosa che purtroppo il Presidente del Molise Roberti non fa, probabilmente per disciplina di Partito, mentre i cittadini si trovano così privati di assistenza o con casi di malasanità, come per un caso, comunque da approfondire, di avvelenamento accaduto in queste ore sempre in Molise.
Intanto il Servizio Sanitario Nazionale sta lentamente collassando a causa delle politiche governative, vista anche la conferma della de-capitalizzazione come politica principale per contenere la spesa sanitaria e i tetti come limiti invalicabili.
Come noto questa sforbiciata è il frutto di una serie di misure, che vanno dai tagli ai contratti (già in essere) di acquisto di beni e servizi sanitari e dispositivi medici, al taglio dei primariati in eccesso dopo l’applicazione dei nuovi standard ospedalieri, fino alla chiusura delle convenzioni con le case di cura con meno di 40 letti e l’applicazione ferrea dei nuovi parametri di efficienza negli ospedali, che dovranno lavorare a pieno regime per rispettare i nuovi tassi di ospedalizzazione. A questi si aggiungono, poi, interventi che puntano a contrastare le prestazioni sanitarie considerate inutili o inappropriate nel campo della specialistica ambulatoriale e nella riabilitazione.
Ovviamente la de-capitalizzazione del SSN significa maggiori possibilità di guadagno per la sanità privata, in più come diciamo da tempo l’aumento esponenziale delle spese militari richiesto da Unione Europea e Nato, a cui si è prontamente adeguato il Governo Meloni, comporta un deciso taglio del SSN, visto i parametri di bilancio da rispettare richiesti dalla Ue.
Una Ue sempre attenta ai bilanci e poco ai bisogni dei cittadini, per cui inutile stupirsi, mentre le Regioni del Sud, a partire dal Molise, sono già da anni sottofinanziate anche sulla Sanità da parte dei Governi nazionali.
Per tutto questo, e non solo, è doveroso solidarizzare con chi sul territorio giustamente protesta, a solo vantaggio dei cittadini, contro questa situazione che oltretutto contrasta con l’Art. 32 della Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”.

Natale Cuccurese
Presidente nazionale del Partito del Sud


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Il quotidiano “Primo Piano Molise” ha rilanciato il 30/12/2025 il nostro comunicato stampa sulla situazione della Sanità in Molise.




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Come meridionalisti progressisti del Partito del Sud non possiamo che solidarizzare con il Sindaco di Isernia, Piero Castrataro, che per porre in evidenza la situazione drammatica della Sanità nella sua Città dorme in tenda davanti all’ingresso del “Veneziale”, l’ospedale della città molisana che negli anni, così come in tanti altri Ospedali del Mezzogiorno, è stato privato di alcuni reparti e servizi e che ora rischia concretamente di perdere quelli essenziali, sia per i tagli alla sanità pubblica operati dal Governo sia per carenza di medici.
Ortopedia ha già chiuso, i reparti di Oncologia e Psichiatria funzionano a singhiozzo, solo per citare alcuni casi. Di altri tagli si sta discutendo in questi giorni, come ad esempio quello, gravissimo, del mantenimento o meno del Punto nascita. Il “Veneziale” non è solo il punto di riferimento della città, ma di tutta la provincia di Isernia e quindi di più di 80mila persone, ma arrivare ad Isernia, spesso dopo ore di tragitto su strade ormai ridotte a tratturi e non trovarvi neanche più un pronto soccorso o un punto nascite, significa un rischio concreto per la vita dei cittadini.
Purtroppo, come nel caso in questione, troppo spesso, anche da parte dei media, ci si limita solo alla denuncia del problema ma non alla causa storica e nemmeno si propongono soluzioni redistributive percorribili.
Sarebbe utile impugnare da parte della Regione i criteri di riparto del Fondo sanitario nazionale, nonché quelli che riguardano la governance delle politiche di coesione e la legge Calderoli sull'autonomia differenziata, denunciando con forza che il governo centrale opera sempre e solo a svantaggio e sottrazione dei diritti dei cittadini del Sud.
Cosa che purtroppo il Presidente del Molise Roberti non fa, probabilmente per disciplina di Partito, mentre i cittadini si trovano così privati di assistenza o con casi di malasanità, come per un caso, comunque da approfondire, di avvelenamento accaduto in queste ore sempre in Molise.
Intanto il Servizio Sanitario Nazionale sta lentamente collassando a causa delle politiche governative, vista anche la conferma della de-capitalizzazione come politica principale per contenere la spesa sanitaria e i tetti come limiti invalicabili.
Come noto questa sforbiciata è il frutto di una serie di misure, che vanno dai tagli ai contratti (già in essere) di acquisto di beni e servizi sanitari e dispositivi medici, al taglio dei primariati in eccesso dopo l’applicazione dei nuovi standard ospedalieri, fino alla chiusura delle convenzioni con le case di cura con meno di 40 letti e l’applicazione ferrea dei nuovi parametri di efficienza negli ospedali, che dovranno lavorare a pieno regime per rispettare i nuovi tassi di ospedalizzazione. A questi si aggiungono, poi, interventi che puntano a contrastare le prestazioni sanitarie considerate inutili o inappropriate nel campo della specialistica ambulatoriale e nella riabilitazione.
Ovviamente la de-capitalizzazione del SSN significa maggiori possibilità di guadagno per la sanità privata, in più come diciamo da tempo l’aumento esponenziale delle spese militari richiesto da Unione Europea e Nato, a cui si è prontamente adeguato il Governo Meloni, comporta un deciso taglio del SSN, visto i parametri di bilancio da rispettare richiesti dalla Ue.
Una Ue sempre attenta ai bilanci e poco ai bisogni dei cittadini, per cui inutile stupirsi, mentre le Regioni del Sud, a partire dal Molise, sono già da anni sottofinanziate anche sulla Sanità da parte dei Governi nazionali.
Per tutto questo, e non solo, è doveroso solidarizzare con chi sul territorio giustamente protesta, a solo vantaggio dei cittadini, contro questa situazione che oltretutto contrasta con l’Art. 32 della Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”.

Natale Cuccurese
Presidente nazionale del Partito del Sud


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Il quotidiano “Primo Piano Molise” ha rilanciato il 30/12/2025 il nostro comunicato stampa sulla situazione della Sanità in Molise.




lunedì 22 dicembre 2025

Ponte sullo Stretto: l’ennesimo scippo al Sud

 di Natale Cuccurese

Che il Ponte sullo Stretto di Messina fosse un’arma di distrazione di massa per meridionali “ingenui” lo si sta ripetendo da tempi non sospetti, spesso in splendida solitudine, a volte anche sotto gli attacchi di chi affermava che LVI, Salvini, col Ponte (immaginario) “ha fatto anche cose buone”. Ricapitoliamo i tempi di questa patetica farsa partendo dalle origini.

Il gioco di prestigio di Salvini è stato quello di spostare fondi del Sud a favore del Nord e pagare gli sprechi già in atto del Ponte sullo Stretto con l’ennesimo scippo al Sud.

Il governo Meloni infatti ha a suo tempo dirottato 3,7 miliardi del Fondo infrastrutturale per Calabria e Sicilia verso la mega-opera. Così per finanziare un Ponte che non sarà mai finito il governo ha bloccato i fondi Pnrr già stanziati per il rinnovo, ampliamento e messa in sicurezza di infrastrutture regionali e provinciali al Sud (strade, ferrovie…) per 120.000 Km di viabilità.

Ricordo che invece quando ci sono Olimpiadi o grandi opere pubbliche al Nord tutti i cittadini pagano, anche quelli del Sud, viceversa i fondi vengono perennemente scippati con abili giochi di prestigio nel silenzio complice della gran parte dei politici meridionali presenti in Parlamento e della stampa di regime. Lo testimonia lo stato miserabile delle infrastrutture al Sud.

Il governo più antimeridionale della storia ha così usato ancora una volta la favola della realizzazione del Ponte sullo Stretto per prendere, in vista delle lezioni regionali al Sud, i voti dei creduloni e contemporaneamente spostare i fondi (veri) al Nord al grido di: “vi abbiamo dato (solo a chiacchiere) il Ponte sullo stretto e ora altri fondi per le infrastrutture al Sud non ci sono”. Non a caso lo scorso mese di maggio fa la Ragioneria dello Stato ha fatto presente che per l’opera mancavano le coperture.

Il ragionamento leghista può essere così riassunto: Togliamo risorse del Pnrr e dai fondi coesione al Sud per spostarle al Nord (fra penali e clamorosi stipendi ai manager all’interno di società legate al progetto del ponte sullo Stretto, in particolare in riferimento alla nomina di persone vicine a figure politiche) e al Sud diamo il (solo) progetto del ponte per tenerli buoni. Insomma soldi contro speranze a vuoto o se preferite oro contro perline luccicanti.

Ora ci avviamo verso la fine di questa farsa e grazie al supporto del leghista Giorgetti il governo sposta con un emendamento alla Manovra di Bilancio 3,5 miliardi di fondi (teoricamente) programmati per il Ponte a favore (per l’85% dell’intera cifra come afferma in uno studio Cgil Sicilia) degli imprenditori del Nord e di pochi altri capitoli di spesa che con il Sud nulla “c’azzeccano”, chiudendo così l’ennesimo giro di fondi dal Sud al Nord della storia.

A riferirlo nei giorni scorsi in Commissione è stato proprio il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, spiegando che le modifiche riguarderanno Zes (zona economica speciale), finanziamento di Transizione 5.0, la previdenza complementare (vengono stanziati 20 milioni per quella di polizia e forze armate) e soprattutto il parziale definanziamento del Ponte sullo Stretto con una «riprogrammazione» temporale dei fondi (spostandoli di fatto sulla prossima annualità, cioè all’anno del mai). Una questione, quella del Ponte sullo Stretto, che il Mit si affretta a ridimensionare, garantendo i fondi e l’avvio dei lavori «nei prossimi mesi anziché entro fine anno come auspicato».

Ricapitolando: il Sud ein particolar modo Calabria e Sicilia amministrate dal centrodestra,non avranno fondi e relative infrastrutture già programmate (3,7 miliardi) perché il leghista Salvini ha prima spostato i fondi sul progetto (immaginario) del Ponte ed ora il ministro leghista Giorgetti spostaquesti fondi (3,5 miliardia favore degli imprenditori del Nord (85% del totale) e di altri capitoli di spesa che non riguardano le infrastrutture a Sud. Se non è un gioco delle tre carte questo…

Arriva poi nella stessa serata del 16 dicembre dalla Corte dei Conti la conferma indiretta che non c’è mai stata da parte di Salvini e del governo Meloni la volontà reale di costruire il Ponte, visto che: “Il decreto del ministero dei Trasporti (cioè Salvini) relativo al terzo atto aggiuntivo della convenzione tra Mit e società Stretto di Messina per la costruzione del Ponte risulta incompatibile con le regole europee sulla modifica dei contratti in corso di validità”.

È stata cioè tutta una presa in giro, un’arma di distrazione di massa come detto, mirante solo a bloccare la costruzione di nuove infrastrutture già previste e finanziate al Sud, per triangolare l’85% dei primi 3,5 miliardi previsti per la costruzione del Ponte dal Sud verso gli imprenditori del Nord, come proposto ora da un emendamento alla manovra di bilancio del governo Meloni. Più chiaro di così…

Ora si può pure pensare che al governo ci siano degli incapaci totali, ma pur pensandone tutto il male possibile risulta non credibile sino a simili livelli, anche perché questa commedia per palati facili è stata creata dal governo di Prima il Nord.

Eppure c’è chi al Sud ha abboccato, gli ha creduto tessendone le lodi e questo risulta ancora più vergognoso.

Non bisogna poi dimenticare che con la mancata realizzazione del Ponte sullo Stretto, il Consorzio Eurolink con la capofila Webuild (sede legale in Lombardia) avrà diritto ad incassareuna mega penale da 1,5 miliardi di euro. Ecco cosa intendeva Salvini quando lo scorso agosto garantiva che il Ponte avrebbe fatto impennare il Pil della Lombardia.

Il cosiddetto “Affare Ponte” si sta rivelando per quello che era fin dall’inizio: un enorme opera di propaganda unita allo spreco di denaro pubblico per alimentare società, consulenti e propaganda, senza che l’opera prenda mai forma.

Insomma non solo è possibile (per non dire certo) che nulla verrà costruito, soprattutto dopo la bocciatura un paio di mesi fa da parte della Corte dei Conti, ma il Sud si ritrova anche “mazziato e cornuto”: scippato come si ritrova di fondi e opere infrastrutturali necessarie ed urgenti in cambio di chiacchiere a colori. Ovviamente sui giornali nessuno sottolinea questa fregatura…

Funziona così da oltre 160 anni eppure, incredibile a dirsi, c’è ancora chi ci casca. E se un giorno qualcuno protesterà per l’ennesimo spreco di fondi pubblici si accuserà l‘inefficienza dei meridionali alimentando così anche il razzismo di Stato. Tanto la memoria di grandissima parte degli italiani è corta.

La responsabilità politica di questa commedia è tutta di Matteo Salvini, Ministro per le infrastrutture, e dovrebbe portare alle sue dimissioni. Certo, se fossimo un paese serio e non in un paese dove il governo “balla” sul palco come in un anticipo del veglione di capodanno, come in un cinepanettone di serie B.

Fonte: Meridione/Meridiani



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 di Natale Cuccurese

Che il Ponte sullo Stretto di Messina fosse un’arma di distrazione di massa per meridionali “ingenui” lo si sta ripetendo da tempi non sospetti, spesso in splendida solitudine, a volte anche sotto gli attacchi di chi affermava che LVI, Salvini, col Ponte (immaginario) “ha fatto anche cose buone”. Ricapitoliamo i tempi di questa patetica farsa partendo dalle origini.

Il gioco di prestigio di Salvini è stato quello di spostare fondi del Sud a favore del Nord e pagare gli sprechi già in atto del Ponte sullo Stretto con l’ennesimo scippo al Sud.

Il governo Meloni infatti ha a suo tempo dirottato 3,7 miliardi del Fondo infrastrutturale per Calabria e Sicilia verso la mega-opera. Così per finanziare un Ponte che non sarà mai finito il governo ha bloccato i fondi Pnrr già stanziati per il rinnovo, ampliamento e messa in sicurezza di infrastrutture regionali e provinciali al Sud (strade, ferrovie…) per 120.000 Km di viabilità.

Ricordo che invece quando ci sono Olimpiadi o grandi opere pubbliche al Nord tutti i cittadini pagano, anche quelli del Sud, viceversa i fondi vengono perennemente scippati con abili giochi di prestigio nel silenzio complice della gran parte dei politici meridionali presenti in Parlamento e della stampa di regime. Lo testimonia lo stato miserabile delle infrastrutture al Sud.

Il governo più antimeridionale della storia ha così usato ancora una volta la favola della realizzazione del Ponte sullo Stretto per prendere, in vista delle lezioni regionali al Sud, i voti dei creduloni e contemporaneamente spostare i fondi (veri) al Nord al grido di: “vi abbiamo dato (solo a chiacchiere) il Ponte sullo stretto e ora altri fondi per le infrastrutture al Sud non ci sono”. Non a caso lo scorso mese di maggio fa la Ragioneria dello Stato ha fatto presente che per l’opera mancavano le coperture.

Il ragionamento leghista può essere così riassunto: Togliamo risorse del Pnrr e dai fondi coesione al Sud per spostarle al Nord (fra penali e clamorosi stipendi ai manager all’interno di società legate al progetto del ponte sullo Stretto, in particolare in riferimento alla nomina di persone vicine a figure politiche) e al Sud diamo il (solo) progetto del ponte per tenerli buoni. Insomma soldi contro speranze a vuoto o se preferite oro contro perline luccicanti.

Ora ci avviamo verso la fine di questa farsa e grazie al supporto del leghista Giorgetti il governo sposta con un emendamento alla Manovra di Bilancio 3,5 miliardi di fondi (teoricamente) programmati per il Ponte a favore (per l’85% dell’intera cifra come afferma in uno studio Cgil Sicilia) degli imprenditori del Nord e di pochi altri capitoli di spesa che con il Sud nulla “c’azzeccano”, chiudendo così l’ennesimo giro di fondi dal Sud al Nord della storia.

A riferirlo nei giorni scorsi in Commissione è stato proprio il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, spiegando che le modifiche riguarderanno Zes (zona economica speciale), finanziamento di Transizione 5.0, la previdenza complementare (vengono stanziati 20 milioni per quella di polizia e forze armate) e soprattutto il parziale definanziamento del Ponte sullo Stretto con una «riprogrammazione» temporale dei fondi (spostandoli di fatto sulla prossima annualità, cioè all’anno del mai). Una questione, quella del Ponte sullo Stretto, che il Mit si affretta a ridimensionare, garantendo i fondi e l’avvio dei lavori «nei prossimi mesi anziché entro fine anno come auspicato».

Ricapitolando: il Sud ein particolar modo Calabria e Sicilia amministrate dal centrodestra,non avranno fondi e relative infrastrutture già programmate (3,7 miliardi) perché il leghista Salvini ha prima spostato i fondi sul progetto (immaginario) del Ponte ed ora il ministro leghista Giorgetti spostaquesti fondi (3,5 miliardia favore degli imprenditori del Nord (85% del totale) e di altri capitoli di spesa che non riguardano le infrastrutture a Sud. Se non è un gioco delle tre carte questo…

Arriva poi nella stessa serata del 16 dicembre dalla Corte dei Conti la conferma indiretta che non c’è mai stata da parte di Salvini e del governo Meloni la volontà reale di costruire il Ponte, visto che: “Il decreto del ministero dei Trasporti (cioè Salvini) relativo al terzo atto aggiuntivo della convenzione tra Mit e società Stretto di Messina per la costruzione del Ponte risulta incompatibile con le regole europee sulla modifica dei contratti in corso di validità”.

È stata cioè tutta una presa in giro, un’arma di distrazione di massa come detto, mirante solo a bloccare la costruzione di nuove infrastrutture già previste e finanziate al Sud, per triangolare l’85% dei primi 3,5 miliardi previsti per la costruzione del Ponte dal Sud verso gli imprenditori del Nord, come proposto ora da un emendamento alla manovra di bilancio del governo Meloni. Più chiaro di così…

Ora si può pure pensare che al governo ci siano degli incapaci totali, ma pur pensandone tutto il male possibile risulta non credibile sino a simili livelli, anche perché questa commedia per palati facili è stata creata dal governo di Prima il Nord.

Eppure c’è chi al Sud ha abboccato, gli ha creduto tessendone le lodi e questo risulta ancora più vergognoso.

Non bisogna poi dimenticare che con la mancata realizzazione del Ponte sullo Stretto, il Consorzio Eurolink con la capofila Webuild (sede legale in Lombardia) avrà diritto ad incassareuna mega penale da 1,5 miliardi di euro. Ecco cosa intendeva Salvini quando lo scorso agosto garantiva che il Ponte avrebbe fatto impennare il Pil della Lombardia.

Il cosiddetto “Affare Ponte” si sta rivelando per quello che era fin dall’inizio: un enorme opera di propaganda unita allo spreco di denaro pubblico per alimentare società, consulenti e propaganda, senza che l’opera prenda mai forma.

Insomma non solo è possibile (per non dire certo) che nulla verrà costruito, soprattutto dopo la bocciatura un paio di mesi fa da parte della Corte dei Conti, ma il Sud si ritrova anche “mazziato e cornuto”: scippato come si ritrova di fondi e opere infrastrutturali necessarie ed urgenti in cambio di chiacchiere a colori. Ovviamente sui giornali nessuno sottolinea questa fregatura…

Funziona così da oltre 160 anni eppure, incredibile a dirsi, c’è ancora chi ci casca. E se un giorno qualcuno protesterà per l’ennesimo spreco di fondi pubblici si accuserà l‘inefficienza dei meridionali alimentando così anche il razzismo di Stato. Tanto la memoria di grandissima parte degli italiani è corta.

La responsabilità politica di questa commedia è tutta di Matteo Salvini, Ministro per le infrastrutture, e dovrebbe portare alle sue dimissioni. Certo, se fossimo un paese serio e non in un paese dove il governo “balla” sul palco come in un anticipo del veglione di capodanno, come in un cinepanettone di serie B.

Fonte: Meridione/Meridiani



 
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